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Vinitaly 2017

Aprile 14, 2017

Vinitaly 2017


Vinitaly 2017: all’insegna del Nerello Mascalese e del Carricante dell’Etna DOC che turbano le notti insonni della Romanée-Conti. Le gesta dell’eroe ligure ritrovato: il Moscatello di Taggia.

Giorno 1

La giornata è iniziata nel padiglione dei vini internazionali, più che altro per la curiosità. Non si era mai esplorato il padiglione dei vini internazionali e sinceramente la nostra sete (… di curiosità …) si è placata quasi immediatamente. Poche etichette interessanti e soprattuto poche regioni vitivinicole estere rappresentate. Il nostro interesse è ricaduto su un paio di produttori Australiani con una poderosa formazione di vitigni internazionali trasformati discretamente e che soprattutto marcavano (tutti) l’accento sulla varietalità del vitigno: Riesling dall’idrocarburo indomabile e Cabernet S. dall’inconfondibile nota di buccia di peperone e bla bla bla …

La seconda tappa ci vede “azzannare” una costola Italiana: La slovenia; padiglione che data l’evidente vicinanza con il nostro paese è stato inserito adiacente a quello del Friuli V.G. Qui andiamo principalmente per scoprire qualche bianco tipico della “regione” del collio lato sloveno ed a parte qualche bel vino che racconta il territorio come si deve, non rimaniamo del tutto soddisfatti. Troppa “internazionalizzazione” (se ci permettete il termine) di una zona, la slovenia, che ci ha sempre abituati ad un’espressione vitivinicola unica: le lunghe macerazioni sulle bucce dei vitigni bianchi. In tutti i modi qualche piccolo produttore come Zanut ci ha fatto godere abbastanza da poter dire che basterebbe ritrovare un’identità tipica piuttosto che rincorrere un mercato saturo di trasformazioni tutte uguali.

Ah … rgazzi, un piccolo passo in dietro. Non vi abbiamo raccontato del ricco stand Russo!!! Da. Da. I Russi … sono russi! Molto attenti all’aspetto e soprattutto molto attenti a chiederti come preferisci il vino: amabile o secco …? Morbido o duro …? Madre patria Russia credi più in te stessa, i soldi non sono mi ca tutto … o si …!

Piccolo break con la degustazione guidata dei “Grandi vini del Molise” guidata dall’ONAV, per degustare l’interpretazione che questa regione da, oltre che del suo vitigno autoctono: La Tintilia, dei “vitigni di confine”: Montepulciano, Aglianico, Falanghina e Trebbiano. In degustazione: le Falanghine delle Cantine San Zenone, e Tenimenti Grieco, le Tintile di Claudio Cipressi Vignaiolo, e Catabbo, per concludere con il Molise Rossodi Cantine Salvatore e l’Aglianico di Camillo Cieri. Interessanti sono risultate la Tintilia di Cipressi che ogni anno si migliora in termini di capacità produttiva e l’Aglianico di cieri persistente e ben levigato.

Torniamo a noi. Dopo il piccolo break Molisano, guidato dall’ONAV, facciamo un bel salto fino a Catania, nella provincia, precisamente sulle pendici dell’etna: alla scopeta di una DOC spet-ta-co-la-re! Una passeggiata tra le contrade dell’Etna, tra una colata lavica e l’altra ed il nostro spirito si rinvigorisce. Il cuscinetto acido e l’ingranaggio sapido degli Entna bianchi si uniscono all’aleganza del Nerello Mascalese che combina una fragranza “tipica” del territorio con una qualità produttiva che non si limita ad accogliere il vitigno in cantina ma cerca di modellarlo secondo le proprie competenze ed il proprio gusto.

Vengono fuori, così, degli Etna rossi di un’eleganza che che farebbe impallidire i grandi Nebbiolo piemontesi e gli illustri Pinot Noir francesi, con “l’aggravante” di essere tutti (certo, chi più chi meno) degli eccellenti vini!! Si scoprono, allora, Enta bianchi come quello di Val Cerasa che ha una finezza pari a quella di un Riesling auslese, che veste il velluto di un grande Chardonnay dello Chablis e che si appoggia su un cuscinetto acido che oltre a sostenerlo lo rende piacevole e fresco; Si scoprono, inoltre, gli Enta rossi, quasi tutti in prevalenza (se non in purezza) di Nerello Mascalese, come quello di Tenute di Aglea, dall’approccio – voluto – molto francese che tratta davvero il Nerello M. come un Pinot Noir.

Enta rossi come quello di Girolamo Russo che ci fa scoprire “la terra nella terra”, il “terroir nel terroir”, con quattro Etna rossi, di quattro diverse contrade e con quattro diversi sviluppi organolettici. I francesi sono impalliditi dinanzi a tanta complessità territoriale, il “loro triangolo” nella terra del vulcano si trasformerebbe in un dodecaedro: “parola di Romanée-Conti”.

E così via, lungo le colate laviche, scopriamo l’Etna rosso di Pietradolce, una buona annata di Etna rosso 2008 di Val Cerasa e le due contrade di Nerello Mascalese e percentuali di Nerello Cappuccio di Cantine Edomè elegante, persistente e tradizionale.

Giorno 2

Il giorno seguente inizia all’insegna dei Pigato, del Vermentino ed dell’Ormeasco Liguri. Una regione, la liguria, che dal punto di vista enografico pare non interessare molto gli addeti ai lavori (meglio conosciuti come ubriaconi certificati) i quali, almeno per quanto abbiamo degustato al Vinitaly, non hanno tutti i torti. Quasi tutti i Pigato degustati ci sono rimasti impressi nella mente tanto quanto un discorso agli esteri di Alfano: ventitré secondi, praticamente il tempo di farci una risata. In realtà ci aspettavamo qualcosina in più dal Vermentino ma anche da uno dei principi della sapidità siamo stati delusi; poca freschezza e poco impatto verticale per un vitigno che, a nostro avviso, dovrebbe esprimersi meglio, molto meglio, nelle vicinanze del mare.

Un capitolo a parte è dedicato all’Ormeasco (geneticamente pari al Dolcetto) un “autoctono” Ligure che può aprirsi su due mercati diversi: quello del rosé e quello dei vini da lungo invecchiamento. Sembra quasi un ossimoro, un accostamento campato in aria … eppure non lo è! Questo vitigno geneticamente un Dolcetto ma non territorialmente (cosa da non sotovalutare), presenta due caratteristiche molto interessanti che lo rendono, appunto, il risultato del binomio citato in precedenza: freschezza e fragranza, per i rosé e concentrazione polifenolica (sia antocianica che tannica) da vendere per i rossi da lungo invecchiamento! La prima (freschezza e fragranza) gli permette di essere “trasformato in rosa” con eccellenti epsressioni: fragola ed amarena al naso; piacevolezza tattile e freschezza in bocca. L’elevata concentrazione polifenolica, in particolare l’elevato contenuto di tannini catechici, gli garantisce una predisposizione all’invecchiamento (anche in botte) che può protarsi per molti anni. Quindi …? Com’erano questi Ormeasco Liguri …?

I rosé assolutamente da acquistare e bere, perché oltre alla tipicità fresca e fruttata ed un colore rosa corallo intenso e limpido (anche l’occhio vuole la sua parte), si caricano di una buona struttura, per via dell’elevato contenuto tannico, che gli permette di essere un ottimo accompagnamento a piatti di pesci “nobili”: tonno, pesce spada e salmone.

Parlando, invece, di Ormesco rossi? Imbevibili! Intendiamoci non per una deficienza produttiva ma per una banale questione di età: Nessun produttore, almeno tra quelli visitati, aveva un Ormeasco rosso più vecchio del 2015 e da come avrete, ormai, capito, era come bere una spremuta di tannini! Troppo rigidi per dinci!!

Ecco, però, come per magia, “a salvar la pelle di una regione in fin divita” (oh si scherza ragazzi …) arriva l’eroe di turno; il suo nome è: Moscatello di Taggia. Chiii …??? Ebbene si, il Moscato di Taggia è l’eroe della nostra seconda giornata. Nei vari corsi di sommelier, di moscati ne potete assaggiare e sentire quanti ne volete; da quello rosa, passando per quello bianco fino al moscato di Terracina ecc … ecc … ecc … ma del moscatello di Taggia nemmeno l’ombra. Storia centenaria per questo “giovanotto”, scomparso dalla “Riviera” a causa di malattie parassitarie ed un clima poco gentile, “rigenerato” da una pianta madre (una sola superstite in tutta la Liguria), con un tronco di 45 cm, che oggi è cullato dall’associazione produttori moscatello di Taggia.

Lo presenta Giacomo Ferrari dell’azienda agricola Ferrari e socio dell’associazione. E’ ancora in una fase embrionale ma i soci oltre ad essere sperimentatori sono molto disciplinati tanto da sottoscrivere una sorta di “disciplinare di Taggia” che li obbliga ad essere molto rigidi nella loro piccola produzione. Dal secco al passito, passando per una versione secca invecchiata in botte molto interessante; in sostanza una produzione tutta da scoprire e forse una futura, nuova, piccola doc nella doc.

Lasciamo la Liguria per spostarci nella piccola DOC Valle d’Aosta alla scoperta di qualche vitigno autoctono. Un giro rapido, abbstanza per apprezzare il metodo classico della Cave de Mont Blanc. Spumanti a base di Priè Blanc dall’elegante apertura balsamica, note di sottobosco ed in particolare, tutti “dal più giovane al più vecchio (in termini di maturazione sui lieviti), gradevoli sensazioni di piante officinali. Una bollicina più fine all’occhio che in bocca ma comunque piacevolmente elegante anche al palato.

Poco tempo per una regione che andrebbe scoperta meglio. No problem, sarà una delle tappe principali per il prossimo anno!

Dalle stelle alle stalle sarebbe il caso di dire …! Non ce ne vogliano gli amici Abruzzesi ma attaccare con il Trebbiano ed il Montepulciano d’Abruzzo di Emidio Pepe porta esattamente a queste sensazioni; dalla freschezza e finezza della tipicità dei vitigni nordici alla “rozza potenza” del Montepulciano d’Abbruzzo. Non scaldatevi amici abuzzesi, non è una critica ma solo un dato di fatto. Parliamo del vitigno che insieme al Sangiovese detiene lo scettro di popolarità tra i rossi taliani … e, credeteci, non è un caso! In tutti i modi “l’intrinseca fiera potenza” (cogliete il doppio senso) del Montepulciano è ancor più accentuata dallo stile di Pepe il quale, da rigido “nonno tradizionaista” (tra Abruzzo e Molise v’è nè una grossa colonia, tutti a dire: «Frec’t e meglij u miè». «Mena mè, ca u’ miè e meij») continua a fare vino come la tradizione popolare voleva, spirito produttivo che tra il “popolo” riscuote molto successo e viene visto come sinonimo di qualità.

Franchezza sicuramente, finezza … diciamo che il Montepulciano d’Abbruzzo presenta altre qualità; di fatto, però, in un mercato di “enocultori” e soprattutto produttori “pop” (come scrive qualcuno. Metafora musicale che ci piace), personaggi come Pepe sono perle rare da tenersi stretti in due mani.

Per quanto riguarda gli altri produttori Abrussezi, che hanno scelto una “partitura pop”, nulla di realmente interessante (tra quelli degustati). Una melodia “pop” che, oggi, non ancora può essere la giusta composizione per il Montepulciano. Tutta la vita Emidio Pepe.

Vista la recente passione per le terre vulcaniche, decidiamo di fare un salto anche nella terra del Vulture: la Basilicata! “Esiste o non esiste (cit.)”? Dubbio Marzulliano che affligge anche i compagni Molisani ma la cui risposta sarebbe anche peggio della domanda! Terre vive ed affascinanti anche dal punto di vista ampelografico: da una parte l’Aglianico del Vulture e dall’altra la Tintilia.

Della Tintilia vi abbiamo già accennato qualcosa in merito alla degustazione guidata dall’ONAV, ora è il turno dell’Aglianico del Vulture. Il “Fenotipo Lucano” degli Aglianico si esprime al top nella zona del Vulture con la sua DOGC “Superiore” ma ha ancora qualcosina da limare, soprattutto dal punto di vista produttivo. Servirebbe un vero sperimentatore, qualcuno che aggiunga carattere limandone la ruvidità. Attenderemo con ansia!!

Degni di nota, si riportano due produttori della zona del Vulture il primo per un bianco trasformato da Aglianico del Vulture il Leucòne di Cantina Madonna delle Grazie che grazie alla carica tannica dell’Aglianico, in bocca, sembra un trasformazione in rosso di un vitigno bianco: teso, astringente e “rameico” in bocca, erbaceo al naso. Il secondo è dell’azienda agricola Mastrodomenico ed è un Aglianico passito (meglio asciugato) sulla pianta il quale si distingue più che per reale qualità del prodotto, per l’intensità, l’amore e la capacità agraria di Donato Mastrodomenico la cui conoscenza della vigna se abbinata alle capacità di un bravo enologo potrà turare fuori dei grandi vini.

La stanchezza è ormai troppa per un’offensiva ancora insistente, allora, per una pura soddisfazione organolettica non possiamo non riequilibrare le nostre papille gustative con una visita in Alto Agide alla scoperta dei grandi Pinot Noir italiani. Ne assaggiamo pochi, solo il tempo di gradire qualche Pinot Nero ed intervistare Maria Luisa Manna dell’azienda Franz Haas che ci illustra la selezione di Franz ed il vino a lei dedicato: Il Manna, una cuveé di Riesling, Chardonnay, Traminer aromatico, Sauvignon e Kerner, oltre che apprezzare il Pnot Nero “Schweizer” con gradevoli sentori di piccoli frutti di bosco e pepe verde.

Con non senza difficoltà siamo giunti alla fine ma, come ogni anno, è sempre un piacere scoprire i profumi ed i sapori dell’enologia Italiana. Ricordate: «Chi cerca trova» Al prossimo anno!


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